domenica 11 giugno 2017

Casa di bambola di Henrik Ibsen



Henrik Ibsen è uno scrittore e drammaturgo norvegese vissuto dal 1828 al 1906.

Dopo aver visto il suo sogno di diventare un pittore andare in fumo, lavora come apprendista in una farmacia di Grimstad. Intanto prosegue i suoi studi, ed è proprio in quel periodo che incomincia a scrivere le sue prime opere.

Lasciati gli studi per dedicarsi al teatro, con l’aiuto di una borsa di studio si trasferisce prima in Germania poi in Italia. Nel 1891 lascia Roma per fare ritorno a Cristiania, attuale Oslo, dove una quindicina di anni dopo ci lascia.



Uscito nel 1879 con il titolo originale Et dukkehjem, Casa di bambola è forse uno dei componimenti teatrali più famosi e importanti dell’autore. All’epoca infatti fece scalpore all’interno di una mentalità maschilista e poco evoluta, la stessa che l’autore criticava all’interno dell’opera.

Ho letto Casa di bambola nell’edizione edita dalla casa editrice Giulio Einaudi con la traduzione di Anita Rho.



La storia si svolge per lo più all’interno delle mura domestiche di casa Helmer.

Nora, moglie di un eccelso avvocato da poco promosso a direttore della banca, svela alla sua amica Kristine del suo debito che diversi anni prima aveva contratto nei confronti di un certo Krogstad falsificando la firma del padre in fin di vita, allo scopo di curare suo marito Torvald. Aveva risparmiato per tutto quel tempo in segreto, cercando di comprarsi solo lo stretto indispensabile, ma ora che suo marito era stato promosso non sarebbe stato più un problema.

Krogstad però, sente il suo posto da banchiere a rischio e ricatta Nora, che disperata, cerca in tutti i modi di convincere il banchiere a ritirare le minacce. Per far rimanere suo marito all’oscuro di tutto, Nora deve convincerlo a non licenziarlo.

Dopo diverse vicende che vedono tra i personaggi anche il medico e amico di famiglia dottor Rank, Torvald viene comunque a sapere del segreto della moglie.

Arrabbiato ma allo stesso tempo preoccupato della sua reputazione, sgrida Nora, che offesa, mette in discussione tutti gli anni di matrimonio.

Un fatto però fa cambiare idea a Krogstad, che ritira le sue minacce e il suo debito. Torvald allora si scusa, ma Nora capisce che in tutti quegli anni di matrimonio non era mai stata presa in considerazione, quindi decide di abbandonare il marito e i figli e scappare.



Nel testo Nora è rappresentata come un personaggio scaltro, onesto ma che allo stesso tempo è pronta a tutto per salvare la vita di un suo caro. Nonostante sia stato creato nel 1879, è tuttavia un personaggio moderno, e lo si vede quando svela il suo segreto, quando tutti rimangono a bocca aperta. Per fare il bene nei confronti della famiglia quindi agisce di sua spontanea volontà sena interrogare prima il marito; rifiuta quindi il ruolo di manichino, di bambola, lo stesso che la società le aveva assegnato.



domenica 4 giugno 2017

Slumberland di Paul Beatty

Paul Beatty è uno scrittore americano nato nel 1962 a Los Angeles. Ha studiato psicologia e scrittura creativa in due delle università più facoltose degli USA ed è autore di quattro romanzi e di numerose poesie. 
Nel 2016 ha vinto il Man Booker Prize con il suo ultimo ed eclatante romanzo «Lo schiavista». 
Slumberland è uscito in America nel 2008 e due anni più tardi in Italia pubblicato dalla casa editrice Fazi. Al momento è in libreria in una nuovissima edizione della collana Le strade con la traduzione di Silvia Castoldi.

Berlino, 1989. 
Partito da Los Angeles da un giorno all’altro, Dj Darky arriva in città alla ricerca di una leggenda del DJing underground: Charles Stone, soprannominato Schwa. Si fa assumere presso lo Slumberland, un locale frequentato da soli neri dove svolge la mansione da lui inventata del “Jukebox sommelier”. Assiste alla caduta del muro che divide in due parti la città e man mano che i giorni passano, si immedesima sempre più nell’ambiente che lo circonda fatto di contraddizioni e bizzarrie; cose che in breve tempo entrano a far parte della sua routine quotidiana. Studia il carattere tedesco soffermandosi maggiormente sulla fisionomia delle donne. Tra un disco e un’amante, continua la sua spassionata ricerca di un uomo che sembra ormai aver perso ogni contatto con il resto del mondo. 
Se dovessi consigliare un romanziere dall’innato senso dell'umorismo allora consiglierei senza pensarci due volte Paul Beatty. Nel romanzo è già presente il senso di spiccata autoironia che lo contraddistingue nell suo «Lo schiavista». 
Lo scrittore anche questa volta come nella sua ultima fatica, stuzzica i lettori giocando con “l’essere neri” e cambiando le variabili di una situazione storica di per sé delicata, ottenendo così una storia bizzarra quanto realistica. Racconta in maniera ineccepibile le avventure di Dj Darky con i diversi personaggi che incontra sul suo percorso. Dal nazifascista con il quale fa amicizia suonando ad un raduno contro i neri, al suo rapporto con una collega del bar. Le pagine di Slumberland, proprio come le stanze dell’omonimo locale berlinese, sono colme di musica Jazz e riferimenti ai più disparati generi musicali che fanno di questo libro non solo un perfetto candidato per una lettura intelligente ma anche per una lettura per tutti i musicofili. 
È un libro che mi ha tenuto incollato alle sue pagine dall’inizio alla fine e che ho amato. Una vera e propria perla in un mare di sabbia. 

Consigliato, 
Parola di lettore. 


lunedì 29 maggio 2017

Quaderno di disciplina di Luigi Bernardi e Otto Gabos

Oggi voglio parlarvi di Quaderno di disciplina, opera pubblicata dalla casa editrice Tunué. È realizzata dalla collaborazione tra lo scrittore Luigi Bernardi e il disegnatore Otto Gabos. 

Luigi Bernardi, classe ’53, è stato un saggista, fumettista e scrittore italiano conosciuto anche per aver creato e diretto case editrici e diverse riviste.

Mario Rivelli, in arte Otto Gabos, è un fumettista nato a Cagliari nel 1962. Ha partecipato ai principali movimenti fumettistici, e dal 2005, insegna all’accademia delle Belle Arti di Bologna.

Un importante capo della mala racconta della sua vita e dei suoi figli attraverso un quaderno di appunti. Francesco e Francesca, tanto distanti a lui quanto vicini, provano ad amministrare il soldo sporco del padre e a mandare avanti la loro vita sapendo di esser nati e cresciuti a quello scopo. Le giornate trascorrono tra omicidi, soldi, banche svizzere e uno scagnozzo che indossa i Ray-Ban anche dieci metri sotto terra. Il padre, conscio della sua imminente fine, si prepara a lasciare il posto ai figli.

Quando ho visto Roger Federer colpire la pallina da tergo dopo che gli era passata fra le gambe, ho capito che niente è impossibile, che anche la fisica si piega alla volontà. L’universo non è quella materia rigida che ci aspettiamo, è plastilina rimodellabile a piacere.

Dal quaderno di appunti del personaggio principale costretto vivere sottoterra, nasce un bilancio di vita pieno di idee da sviluppare. È un viaggio introspettivo all’interno della sua mente, del suo cuore: conosciamo le sue debolezze, la voglia di uscire e camminare liberamente per le strade, la sua possibilità di evadere dal bunker solo ed esclusivamente di notte, e il fumo delle sue sigarette che riempiono le stanze senza finestre di quella che in fin dei conti è la prigione che lui stesso si è costruito.

Otto Gabos definisce Quaderno di disciplina una total novel, un’opera dove le sue linee si uniscono al racconto di Luigi Bernardi per creare qualcosa senza precedenti. 

Questa total novel, nonostante sia davvero molto gradevole da leggere, racconta solo una minima parte della storia. Narra di attimi appartenenti alle vite dei personaggi legate da un filo molto sottile, la loro voglia di continuare e andare avanti ancora nonostante le difficoltà.
Avrei letto molto volentieri un altro centinaio di pagine. 

Comunque consigliato, 

Parola di lettore.


giovedì 25 maggio 2017

Forse l'amore di Silvia Vecchini e Sualzo

Cari lettori,
oggi vi parlo della graphic-novel «Forse l’amore» inviatami dalla casa editrice Tunué. 
Forse l’amore vede la luce per la prima volta l’11 maggio di quest’anno ed è frutto della collaborazione tra la sceneggiatrice S. Vecchini e Sualzo. Penso proprio di non sbagliarmi a definirla «una poesia 2.0». 

Silvia Vecchini, classe ’75, è scrittrice di libri per ragazzi. Il suo «Fiato sospeso», illustrato anche questo da Sualzo, ha vinto i premi Carlo Boscarato 2012 e Orbil Balloon 2013.

Antonio Vincenti, in arte Sualzo, è un illustratore nato a Perugia nel 1969. Con Silvia Vecchini ha pubblicato «Fermo» per Bao Publishing e «Fiato sospeso».  
Forse l’amore è una sveglia che suona all’improvviso, è mettersi sempre la stessa maglietta che ti ha portato fortuna oppure cambiare di continuo per parlare con i colori che indossi

È una poesia che sembra essere scritta da qualcuno che si innamora per la prima volta e che non sa di preciso che cosa aspettarsi. Paragonandola ad una qualunque giornata di scuola, cerca di far luce sulle preoccupazioni che questa nuova sensazione provoca, e nel contempo, prova a spiegare al lettore quanto questa sia effettivamente bella. 

Quindi a cosa somiglia il primo amore? 
Concludo riportandovi una frase tratta dal retro del volume:
“A cosa somiglia la prima volta che ci si innamora? Un giorno qualunque sembra rispondere”.


domenica 14 maggio 2017

Karl Ove Knausgård travels through North America

Oggi voglio parlarvi di un racconto diverso da quello che viene affrontato solitamente all’interno di questo blog. Voglio infatti parlarvi del racconto di viaggio dell’autore norvegese Karl Ove Knausgård scritto per il quotidiano americano The New York Times con l’intenzione di narrare dal suo punto di vista di uomo europeo, le sensazioni e le emozioni provate dai Vichinghi al momento del loro sbarco in America. Il racconto è diviso in due parti, ne consiglio la lettura direttamente dal sito in quanto correlato dalle splendide immagini scattate dal fotografo Peter Van Agtmael. 


Karl Ove Knausgård è uno scrittore norvegese classe ‘68 divenuto famoso con il ciclo di sei romanzi autobiografici dal titolo “La mia lotta”. In Italia sono pubblicati da Feltrinelli i primi quattro volumi: La morte del padre, Un uomo innamorato, L’isola dell’infanzia e Ballando al buio. Questa estate dovrebbe uscire il quinto volume, intitolato La pioggia deve cadere. 

Peter Van Agtmael è un fotografo statunitense nato a Washington DC nel ’81. Ha pubblicato Disco Night Sept 11, uscito nel 2014, e Buzzing at the Sill, uscito lo scorso anno. Il primo è un progetto fotografico sull’America post 11 settembre, mentre il secondo riguarda l’America e le sue guerre. 

Karl Ove è in volo per Toronto e quando si ricorda di essere senza patente, ormai è troppo tardi per tornare indietro a rimediare. Al suo arrivo, non riesce a farsi spedire un certificato che attesta la sua abilità di guida e solo dopo qualche giorno, fortunatamente riesce a risolvere il problema. Incontra Peter, il fotografo che dovrebbe seguirlo lungo tutto il viaggio e con il quale lo scrittore troverà una particolare sintonia nonostante i due abbiamo caratteri molto diversi.

Partendo dalla capitale canadese e passando per Terranova e Labrador, Karl Ove in queste poche pagine finisce per raccontarci dell’incontro con un suo lontano parente, un certo Mark Haltoy, del quale ignorava l'esistenza.

Da grande estimatore dell’autore ho trovato questo testo leggermente sottotono. È ovviamente scritto bene, ti tiene attaccato al foglio dall’inizio alla fine, tuttavia una volta giunto alla fine mi sono sentito leggermente disorientato. 

Il finale non mi ha convinto del tutto in quanto avrei preferito una riflessione più approfondita dell’epoca di emigrazione norvegese, tuttavia è anche vero che l’autore stesso ammette di aver scoperto poco o niente dai suoi dieci giorni in America. Una cosa che lo scrittore riesce a far percepire magistralmente sono le atmosfere nelle quali si ritrova intrappolato: dalla stanza d’albergo al pub con la musica altissima. È una lettura frivola, sicuramente molto meno pesante della sua splendida esalogia autobiografica.

Parola di Lettore. 

Clicca qui per leggerlo: 
prima parte
seconda parte

domenica 9 aprile 2017

L'ultimo narratore di Vittoria Guido

«L’ultimo narratore» è il racconto d’esordio di Vittoria Guido, una giovane scrittrice bolognese. È pubblicato dal 26 febbraio 2017 dall’editore Digital Index ed è disponibile esclusivamente in formato digitale nei più famosi store online come Amazon, Play Store e iBooks. 
"Nessuno ti dice di tornare sui tuoi passi, ma di farne nuovi accettando le impronte che hai lasciato indietro."

Nuhr è in fin di vita e ormai il suo mentore Carrol ha perso ogni speranza di riuscire a salvarla. Gli si presenta alla porta un uomo misterioso che dice di chiamarsi Meyer. Convinto di riuscire a curare la giovane, lo sconosciuto si fa condurre a lei, che al suo arrivo sembra riprendersi. Nuhr è incuriosita dall’uomo che ha davanti, ma quando lui le dice di non essere un medico bensì un narratore ne rimane delusa. Meyer insiste a non lasciarla morire e così riesce a trascinarla all’interno della Biblioteca Universale. Qui incomincia a narrarle la storia contenuta in un grande tomo intitolato «Lo scongelamento».
La ragazza ascolta lo sconosciuto raccontarle di Gabriel, un bambino che per salvare il suo popolo attraversa a nuoto un intero mare per sbarcare in una terra sconosciuta, dove un popolo composto da stravaganti creature particolarmente affettuose lo accompagnerà sino alla cima della montagna silenziosa. 

Il racconto è breve, scritto in una prosa semplice e molto piacevole da leggere. La storia non la si può definire fantasy nel senso più stretto del termine poiché ne mantiene solo determinati elementi; Vittoria Guido in questo testo ha voluto unire elementi fantastici con altri fiabeschi, creando così un mix originale e ben riuscito. Mi sento di accostare L’ultimo narratore ad un tipo di letteratura folkloristica, e questo a parer mio rappresenta un enorme pregio per una scrittrice così giovane.
All’interno di questo clima fiabesco fatto di montagne parlanti e buffe creature del naso rosso, si percepisce un vero e proprio viaggio introspettivo sulla fiducia in se stessi e sull’amare, valori a prima vista triti e ritriti ma che all’interno del testo vengono trattati in maniera esaustiva e non banale. 

Il racconto, seppur molto bello, presenta alcuni errori grammaticali e alcune imperfezioni tra cui l'uso di due differenti tipi di punteggiatura per indicare i dialoghi. 
Tuttavia sorvolando questi piccoli difetti involontari (a chi non è mai capitato di trovare un errore leggendo un libro?), si riesce a godere di una storia originale scritta con rispetto per i personaggi   e soprattutto con evidente passione.

È una lettura che consiglio a tutti, grandi e piccoli.

Parola di lettore.

Potete trovare «L’ultimo narratore» di Vittoria Guido qui:
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domenica 26 marzo 2017

La ragazza di Bube di Carlo Cassola


Carlo Cassola è uno scrittore italiano nato nel 1917 e deceduto nel 1987. È considerato uno degli scrittori più importanti del dopoguerra, periodo storico che lo scrittore descrive con maestria in diversi romanzi. “La ragazza di Bube”, pubblicata nel 1960, è la sua opera più famosa, nonché vincitrice del premio Strega di quell'anno. Nella recente edizione Oscar Classici conta 252 pagine.

Mara, una ragazza toscana di umili origini, incontra Bube, compagno partigiano del fratello defunto. I due finiscono per innamorarsi perdutamente l'uno dell'altro. Tutto sembra andare secondo i piani finché Bube non confessa a Mara di aver avuto un problema con la legge e che a causa di questo è costretto a scappare all’estero. Così i due si allontanano per lungo tempo. Lei non è preparata a questa situazione, e a lungo andare finisce per chiedersi se il suo amore sia reale o meno. Decide quindi di cambiare aria e di andare a lavorare presso una famiglia ricca in un altro paesino. Lì conoscerà un altro ragazzo del quale si infatuerà e che metterà a dura prova la sua relazione con Bube.


Ha detto: “Solo di fronte a te mi sento colpevole. Gli altri sono tutti più colpevoli di me... Tu sola non hai colpa”. Invece anch’io ho colpa! È anche mia la colpa! Quello che gli era sempre mancato, era una ragazza che gli volesse bene... Se l’avesse avuta prima, non avrebbe fatto quello che ha fatto. Ma io ero una stupida ragazzetta: non capivo, non capivo! L’ho amato troppo tardi... quando ormai l‘irreparabile era accaduto. Sì, la colpa è anche mia: è soprattutto mia.


Per capire al meglio l’intera storia e comprendere alcuni comportamenti dei personaggi (Bube in primis), bisogna collocare l’intera vicenda all’interno di un contesto storico ben preciso.
Siamo negli anni del secondo dopoguerra italiano; in un clima politico teso a causa delle elezioni incombenti in cui divaga una confusione generale, sopratutto tra il ceto medio basso della popolazione. All’interno di questo clima confuso e instabile, le persone non sanno come reagire in determinate situazioni. È in questa Italia allo sbaraglio, che Bube, per vendicare un suo compagno, fredda con due colpi di pistola un carabiniere e il figlio. A poche ore dal crimine è già ricercato in tutta la regione toscana; per questo  gli viene chiesto dai suoi compagni di scappare all’estero, in attesa che la situazione politica cambi a suo favore.
Come Bube, anche Mara è un personaggio “nuovo” rispetto ai canoni letterari dell’epoca. Nonostante la sua giovane età, è una ragazza tagliente, sveglia e intelligente, e anche se alcune volte vuole apparire superficiale come tutte le sue coetanee, non può fare a meno di dare ascolto al suo carattere forte, per certi tratti ribelle e già emancipato.

“La ragazza di Bube” è un’entusiasmante storia d’amore d’altri tempi che descrive allo stesso tempo una realtà difficile, dove amore e ostacoli riescono nonostante tutto a convivere.
Ho letto questo romanzo incuriosito dal fatto che fosse ispirato ad una storia realmente accaduta e ne sono rimasto davvero sorpreso.
A mio parere è un classico della letteratura italiana a tutti gli effetti, un romanzo che tutti almeno una volta nella vita dovrebbero leggere.
Trovo che per i temi trattati, quest'opera possa piacere davvero a chiunque. Cassola scrive di amore, di storia e persino di avventura; è impossibile rimanere impassibili davanti a due personaggi come Mara e Bube, due personaggi così diversi ma allo stesso tempo così legati l’uno all’altro.

Consigliato,
Parola di lettore.

domenica 12 marzo 2017

Gunnar Gunnarsson e il suo romanzo che ispirò "il vecchio e il mare" di Hemingway



E prima di passare in casa, strinse lo stoppino della candela tra due dita. È un atto di compassione verso la luce, non lasciare che si consumi invano.

Foto presa da http://bokmenntaborgin.is/en/

Gunnar Gunnarsson è uno degli scrittori islandesi più famosi di tutti i tempi. È nato a Fljótsdalur nel maggio del 1889, e benché abbia vissuto la maggior parte dei suoi anni nella capitale danese, durante la vecchiaia ha fatto ritorno nella sua terra natale dove ha vissuto i suoi ultimi anni di vita fino al 1975. Vanta una lunga e facoltosa carriera dedicata alla scrittura di romanzi che gli hanno anche permesso di venir nominato più volte al premio Nobel. Da giovane si rese conto che era improbabile vivere di scrittura in un paesino con poco meno di un centinaio di persone, così si trasferì in Danimarca dove dopo essersi impadronito del danese, incominciò ad utilizzarlo nelle sue opere; è per questo che una buona parte dei suoi scritti sono in danese e non in islandese. Solo nel 1939 fa ritorno in Islanda. Si trasferisce inizialmente in una fattoria per poi sistemarsi definitivamente nella capitale, dove rinuncia alla sua carriera narrativa per dedicarsi alle traduzioni in islandese dei suoi lavori compiuti negli anni passati.

Il suo lavoro più famoso, dal titolo originale in danese “Advent”, venne pubblicato per la prima volta nel 1936 in Danimarca, e si dice che ispirò Hemingway a scrivere “Il vecchio e il mare”. In Italia è arrivato solo pochi mesi fa con il titolo Il pastore d’Islanda. È infatti edito da novembre 2016 dalla casa editrice Iperborea con la traduzione di Maria Valeria D'avino, una postfazione dello scrittore islandese contemporaneo Jón Kalman Stefánsson tradotta da Silvia Cosimini, e una nota di Alessandro Zironi.
Devi sapere, caro Leó, che nemmeno il papa a Roma se la passa meglio di te e di me, o ha la coscienza più limpida.” Leó agitava la coda, disposto a credere a tutto quello che predicava il suo padrone, tanto più che ognuno di quei dogmi era accompagnato da un buon boccone.

Copertina del libro

Protagonisti di questa breve storia sono un uomo di nome Benedikt e i suoi due animali più fidati: un montone di nome Roccia e un cane di nome Leó. Sono loro che ogni anno a Dicembre lo accompagnano in giro per l’Islanda a salvare quelle bestie che altri contadini hanno dimenticato tra i paesaggi innevati e che sono destinate a morire in un gelo agonizzante. È il ventisettesimo anno di fila che compie quello che ormai per lui è diventato un vero e proprio rito al natale, ma le cose quest’anno non vanno come previsto. Infatti Benedikt si ritroverà a cercare molti più animali rispetto gli scorsi anni e camperà in una bufera di neve che gli farà perde le speranze di portare a termine il suo compito.

Chi non l’ha mai bevuto in una buca nella terra, a trenta gradi sotto zero e in mezzo a un deserto di montagne e tempesta, non sa cos’è un caffè.

Personalmente trovo “Il pastore d’Islanda” un piccolo capolavoro che supera di poco le cento pagine. I personaggi sono caratterizzati decisamente bene come poi tutti gli altri elementi di questa semplice fiaba. Anche qui, come capita quanto ci si ritrova a leggere un autore islandese o comunque proveniente del nord Europa, l’unica costante della storia è la natura. In questo caso l’inverno, tanto temuto quanto apprezzato dai personaggi della storia. Gunnarsson ci stupisce facendo comportare Roccia e Leó quasi come fossero due persone. Roccia, dal carattere distaccato e ben determinato e Leó, un eterno bambino giocherellone ma che al bisogno sa essere serio e diligente. 
Nella postfazione lo scrittore contemporaneo Jón Kalman Stefánsson ci racconta qualcosa di più su Gunnarsson e sul libro in questione. Gunnar Gunnarsson ha poco da invidiare al famoso premio Nobel per la letteratura del ’55 Halldór Laxness, conosciuto in tutta l’isola come l’autore per antonomasia. Purtroppo Gunnarsson ha fatto ritorno in Islanda solo da anziano, e forse questo suo distacco dalla sua terra natia ha fatto sì che venisse considerato più danese che islandese a livello artistico. Il punto forte di questo racconto, secondo Stefánsson è la semplicità della storia, che le ha permesso di essere accessibile a tutti, e la costante che la maggior parte dei libri di autori islandesi hanno, ovvero il rapporto tra natura e uomo. Qui l’uomo deve muoversi e ragionare di conseguenza, sottomettendosi alla natura e alle sue intemperie.

Parola di lettore.